«Affidiamo a San Carlo Acutis le nostre comunità, le nostre famiglie e soprattutto i giovani perché, seguendo il suo esempio, sappiano accogliere il Signore nella loro vita e crescere nella sua amicizia». È l’invocazione pronunciata dall’arcivescovo Renato Boccardo (foto) nel pomeriggio di ieri, durante la celebrazione eucaristica in Duomo per la festa della Chiesa locale, secondo momento dell’Assemblea diocesana dopo l’incontro svoltosi sabato 17 ottobre a Cannaiola di Trevi.
La celebrazione, presieduta dall’arcivescovo di Spoleto-Norcia, ha riunito diversi sacerdoti e fedeli nella Cattedrale di Spoleto. La liturgia è stata animata dalla corale diocesana diretta da Mauro Presazzi, con Angelo Silvio Rosati all’organo. Il servizio all’altare è stato curato dai seminaristi e dai ministranti, coordinati dal cerimoniere don Pierluigi Morlino.
Nel corso della Messa, l’arcivescovo ha istituito cinque nuovi Lettori: Giuseppe Benedetti, della Pievania del Beato Pietro Bonilli; Antonio Cuozzo, Luciano Natalizi e Danilo Trappetti, della Pievania di San Giovanni Paolo II; Francesco Tordoni, della Pievania di Santa Chiara della Croce.
La celebrazione è stata anche occasione per accogliere un segno di particolare devozione: la deposizione di una reliquia di San Carlo Acutis su un altare laterale della navata destra del Duomo. La reliquia è stata donata dall’arcivescovo Domenico Sorrentino, emerito delle diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno.
Al termine della celebrazione, mentre l’arcivescovo, i presbiteri e i fedeli uscivano dalla Cattedrale, alcuni fiati e ottoni della Banda musicale “Città di Spoleto” hanno eseguito dalla loggia centrale diversi brani, tra cui “Bella al sol”, tradizionale inno alla Santissima Icone.
L’omelia di mons. Boccardo
“I farisei mandano alcuni loro discepoli da Gesù per metterlo alla prova: «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Se risponde di sì, rischia di essere considerato un collaboratore del potere romano, che opprime il popolo. Se risponde di no, può essere accusato di ribellione contro l’autorità. Ma lui non si lascia imprigionare dalla loro trappola, e pronuncia quelle parole che conosciamo bene: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Gesù non invita i suoi discepoli a fuggire dal mondo, a disinteressarsi della società o a considerare irrilevanti le responsabilità quotidiane. Siamo cittadini di questo mondo (cf Lettera a Diogneto, V. VI): abbiamo doveri verso la famiglia, il lavoro, la società e la comunità in cui viviamo; siamo chiamati a rispettare le regole giuste, a contribuire al bene comune, a prenderci cura di ciò che ci è affidato. La fede non ci esonera da queste responsabilità; al contrario, ci aiuta a viverle con maggiore consapevolezza. Se Dio è davvero importante nella nostra vita, allora devono diventare importanti anche le persone, le loro sofferenze, le ingiustizie che subiscono, le speranze che custodiscono (cf GS 1).
Non possiamo pregare il Padre nostro e poi vivere come se gli altri fossero estranei; non possiamo celebrare l’Eucaristia e rimanere indifferenti davanti a chi ha fame, a chi è solo, a chi non trova ascolto e accoglienza. Dare a Cesare ciò che è di Cesare significa anche riconoscere che la vita ci affida responsabilità concrete.
Ma Gesù aggiunge immediatamente qualcosa di decisivo: c’è una realtà che non può essere ridotta alle logiche del potere, del denaro e dell’interesse. È l’uomo, con la sua dignità e la sua vocazione a vivere nell’amore. Ecco il punto centrale: noi portiamo impressa l’immagine di Dio (cf Gen 1, 26). Il Vangelo ci mette in guardia da una tentazione sempre presente: quella di attribuire a Cesare ciò che appartiene soltanto a Dio. Possiamo riconoscere, nella nostra vita, molti idoli che rischiano di diventare assoluti: il denaro, quando è il criterio con cui misuriamo tutto; il lavoro, quando assorbe ogni energia e non lascia più spazio alle persone che amiamo; il successo, quando ci fa credere che il nostro valore dipenda dai risultati e dai like che accumuliamo sul nostro profilo social; il giudizio degli altri, quando ci rende schiavi del bisogno di essere approvati. Anche le convinzioni, le abitudini e persino le appartenenze possono diventare idoli, quando le difendiamo ad ogni costo e dimentichiamo la carità.
Il problema non è possedere beni, lavorare con impegno o assumersi responsabilità. Il problema nasce quando qualcosa di relativo prende il posto dell’Assoluto, quando un interesse diventa più importante della coscienza, quando la ricerca del vantaggio di uno prevale sulla dignità dell’altro. Il denaro è uno strumento, non il padrone della nostra vita; l’autorità è un servizio, non un privilegio assoluto; le strutture sono necessarie, ma devono essere utilizzate per il bene delle persone; le tradizioni sono preziose, ma devono aiutarci a vivere il Vangelo, non diventare motivo di chiusura.
E allora, rendere a Dio ciò che è di Dio significa riconoscere che la nostra vita gli appartiene. Non perché Dio voglia privarci della libertà, ma perché è lui la sorgente della nostra libertà e del nostro amore. Significa consegnargli non soltanto qualche momento della giornata, ma il nostro cuore, cioè le nostre scelte, le nostre paure, i nostri desideri, le nostre relazioni. Possiamo dare a Dio un’ora di preghiera e tenere per noi tutto il resto. Possiamo partecipare alla Messa e poi continuare a coltivare rancori, invidie e divisioni. Possiamo conoscere la parola di Dio senza permettere che questa parola cambi il nostro modo di vivere. Ma Dio non cerca una parte di noi. Ci chiama a una relazione vera, nella quale tutta la nostra esistenza possa essere trasformata dal suo amore.
Questo Vangelo interpella anche la vita delle nostre comunità. Siamo chiamati a chiederci se le Pievanie, le attività e gli impegni pastorali sono davvero orientati a ciò che conta di più. Possiamo essere molto impegnati nell’organizzazione pastorale, nella preparazione delle celebrazioni, nella gestione degli ambienti e nella programmazione delle iniziative. Tutto questo è importante. Ma non basta.
La domanda decisiva è: le persone della nostra Pievania si sentono amate? trovano qualcuno disposto ad ascoltarle? scoprono che Dio è vicino alla loro vita concreta? Una Pievania non può misurare la propria fecondità soltanto con il numero delle iniziative che realizza. Deve domandarsi se sa generare fraternità, se aiuta a crescere nella fede, se sa accogliere chi si sente lontano, se si prende cura di chi è più fragile. In una parola: ciò che stiamo facendo aiuta davvero gli uomini e le donne che ci sono affidati ad incontrare Cristo e a vivere di Lui?
Anche quando siamo chiamati a collaborare tra comunità diverse, a rivedere abitudini consolidate o a condividere responsabilità, il criterio non può essere soltanto quello dell’efficienza. Dobbiamo domandarci se le nostre scelte ci aiutano ad essere una Chiesa più vicina al Vangelo. Perché il rischio è quello di custodire le strutture e perdere lo spirito, di conservare le attività e dimenticare le persone, di difendere le abitudini senza accorgerci che il Signore ci sta chiamando a camminare insieme. La Chiesa appartiene a Dio, e proprio per questo non può vivere per se stessa: esiste per annunciare Cristo, servire gli uomini e rendere visibile l’amore del Padre.
Infine, fratelli e sorelle, il Vangelo di oggi ci chiede di compiere un gesto interiore: restituire a Dio ciò che è suo. E che cosa possiamo restituirgli? Possiamo restituirgli il tempo, imparando a non vivere sempre di corsa e trovando spazio per la preghiera. Possiamo restituirgli le relazioni, chiedendo perdono, ricostruendo la fiducia, rinunciando al desiderio di avere sempre ragione. Possiamo restituirgli il lavoro, vivendolo con onestà e mettendo le nostre capacità al servizio del bene comune. Possiamo restituirgli le nostre comunità, smettendo di considerarle una proprietà personale e imparando a servirle con umiltà.
Possiamo restituirgli anche le nostre fragilità, perché non dobbiamo presentarci davanti a lui come persone perfette: Dio non aspetta che siamo senza difetti per amarci; ci chiede soltanto di lasciarci raggiungere dalla sua misericordia. E possiamo restituirgli soprattutto il nostro cuore, perché è lì che si decide a chi apparteniamo veramente.
Chiediamo allora al Signore la grazia di vivere con una fede capace di ispirare e dare forma a tutta la nostra esistenza. Ce lo insegni e ce lo ottenga con la sua intercessione – San Carlo Acutis, giovane innamorato di Gesù, che con il suo esempio ci invita a custodire l’integrità dell’immagine di Dio impressa nel nostro cuore e a farla risplendere con la nostra vita.”































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