L’Obiettivo: i Giardini e la Casina degli Ippocastani

Torna la rubrica L’obiettivo, e questa settimana la nostra macchina fotografica si è fermata ai giardini di Viale Matteotti. Un luogo che non è soltanto spazio urbano, ma teatro stratificato di memorie, incontri e trasformazioni, dove la luce filtra tra le chiome e disegna geometrie che sembrano già fotografie.

Il primo sguardo si posa sul giardino, su quel sistema di vialetti che si intrecciano con naturalezza tra grandi alberi, creando una trama di pieni e vuoti, di ombre e aperture. Gli ippocastani dominano la scena, ma convivono con presenze più rare : un cedro dell’Atlante, una sequoia sempreverde e un pino strobo. In una delle aiuole si trova una scultura di Agapito Miniucchi, realizzata in basalto nel 1984, intitolata Hant.

Al centro di questo spazio si impone la “rotonda”, la pista da ballo costruita nel 1936: una geometria semplice, circolare, in pietra, con due gradini che segnano il passaggio tra movimento e osservazione. È un dispositivo urbano e sociale insieme. Qui la fotografia incontra la memoria collettiva: nel secondo dopoguerra, tra questi margini si muovevano i corpi dei militari angloamericani e degli spoletini, in un intreccio di culture che si traduceva in musica, danza, sfilate, spettacolo. Ancora oggi, osservando la superficie della pista, si può intravedere – quasi dissolto – l’intervento di Sol LeWitt realizzato nel 2003 per il Festival dei Due Mondi: un segno contemporaneo che dialoga con la memoria del luogo, anche nel suo progressivo svanire.

E poi, appena oltre, emerge la Casina degli Ippocastani (o dell’Ippocastano), discreta ma riconoscibile, quasi fosse un piccolo chalet trapiantato nel cuore dell’Umbria. Costruita intorno al 1880 su progetto dell’ingegnere svizzero Walther Fol, la Casina nasce come punto di ristoro e ritrovo per i frequentatori dei giardini pubblici, avviati pochi anni prima. Il suo nome deriva dagli alberi che la circondano, ma è la sua architettura a raccontarne l’identità: facciata a capanna, tetto spiovente, ampi cornicioni e dettagli lignei intagliati che evocano l’estetica alpina, quasi un frammento di altrove innestato nel tessuto storico della città.

L’edificio sorge in un luogo già carico di significato: qui si trovava infatti una piccola edicola votiva, la cappella della Madonna dei sette dolori, presso la secentesca porta San Luca, poi demolita nel 1931. Fino agli anni Trenta, la Casina era ancora protetta dalla cinta muraria medievale, con una fontanella e un belvedere affacciato sul paesaggio. La successiva demolizione delle mura, tra il 1932 e il 1935, ha trasformato radicalmente lo spazio, aprendo una continuità visiva tra città e natura che oggi costituisce uno degli elementi più suggestivi per l’occhio fotografico.

Nel corso del Novecento, la Casina ha attraversato stagioni alterne: da centro vivace della socialità spoletina – animato da musica dal vivo, incontri culturali, serate danzanti – a luogo di abbandono e degrado, fino ai tentativi di recupero degli anni Novanta e alla nuova riapertura nel 2014, che ne ha restituito almeno in parte la funzione originaria.

Per l’obiettivo fotografico, la Casina e il suo giardino non sono soltanto soggetti, ma narrazioni: ogni dettaglio – una ringhiera in legno, una scalinata, una traccia di colore sbiadito sulla rotonda – diventa indizio di una storia più ampia. 

Bibliografia: www.myspoleto.it, www.wikipedia.org