Volti di Spoleto: Intervista a Don Pier Luigi Morlino, giovane sacerdote spoletino

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  • “Tutti possiamo vivere la chiamata all’esistenza con serenità ed entusiasmo, in una relazione d’amore con
    Dio e col prossimo che pervade la vita di senso e di grande bellezza”.

    di Alessio Cao 

    (DMN) Spoleto – Volti di Spoleto vi presenta oggi un giovane sacerdote spoletino, Don Pier Luigi Morlino. Classe 1988, viene ordinato sacerdote ad Aprile del 2019. E’ Viceparroco delle tre parrocchie del centro storico, Santa Maria nella Cattedrale, con sede in San Filippo, San Gregorio Maggiore e dei Santi Pietro e Paolo. Responsabile del Servizio diocesano di Pastorale giovanile e vocazionale, Don Pierluigi è ormai un saldo punto di riferimento per i fedeli. Sempre disponibile al dialogo, accoglie tutti con un sorriso contagioso, portando una ventata di giovinezza nella Chiesa spoletina. E’ sempre un piacere ascoltare la domenica le sue omelie, molto curate e ricercate, ricche di importanti spunti di riflessione. Ascoltiamo, dalle sue parole, cosa vuol dire essere sacerdote nel 2021.


    Don Pier Luigi, come nasce la sua vocazione al sacerdozio? C’è un momento o un episodio in particolare che ci vuole raccontare?

    Sin da bambino sono stato abituato a percepire la comunità cristiana come un ambiente naturale, dove esprimermi e poter vivere. In chiesa la mia famiglia era di casa; la domenica mattina partecipavamo alla messa, facevamo il segno della croce prima dei pasti e, nel nostro piccolo, dimostravamo vicinanza a chi era in difficoltà. Questi sono stati i segni silenziosi ma costanti che hanno forgiato il mio cuore e la mia mente.
    Mi balza alla memoria una sera di maggio del 2006, quando con la mia classe del ginnasio sostavamo in allegria e spensieratezza in piazza San Pietro a Roma, sul finire di una gita fuori porta che iniziò con l’udienza generale del santo papa Giovanni Paolo II. Tra la compagnia degli amici e le foto, ricordo che il fascino della Basilica al tramonto, dopo una giornata intrisa di vivacità ecclesiale, mi ripropose l’idea della vita sacerdotale che da un po’ si presentava alla mente, anche a seguito di alcuni pellegrinaggi a Lourdes che vissi al servizio dei malati.
    Tante volte sono tornato, nei miei anni romani di studio, a sostare in quella grande piazza nel silenzio della sera, affidando alla Provvidenza ogni passo entusiasmante ed ogni difficoltà.

    Quando è entrato in Seminario? Come si è svolto il suo cammino di formazione? Difficoltà e gioie della vita da seminarista.

    Il ricordo degli anni della formazione, traboccante di gratitudine e di affetto, si declina in una serie infinita di immagini e di emozioni. Entrai in seminario il 27 settembre 2012, a Roma; tramite lettera, il Rettore aveva convocato i nuovi alunni alle 15.00, in una grande sala affrescata del pian terreno. Ricordo i sentimenti di quel giorno e ciò che provai nel salire le scale che separano la piazza dall’ingresso del Collegio, così austero. Compivo un salto nel buio, consegnandomi, disarmato e fiducioso, nelle mani di un Altro, tra le braccia della Chiesa.
    L’iter formativo prevede un lavoro su tre livelli: il piano umano, anzitutto, che insegna al candidato ad essere sempre più uomo di comunione, responsabile e maturo; poi il piano spirituale, che genera familiarità con la preghiera e con la Sacra Scrittura; ed infine il piano culturale: al biennio filosofico succede il triennio teologico, concluso il quale si apre la possibilità di specializzarsi ulteriormente in qualche settore di studio specifico, che per me è stato la Teologia Biblica.
    Questo vortice di novità e di impegni implica una dinamica adulta ed esigente di autoformazione, dove il primo responsabile della propria educazione è il seminarista stesso, aiutato dai Superiori a non rallentare di fronte alla fatica, individuando in essa la pars construens del proprio cammino.
    Per quanto riguarda la mia esperienza, alla difficoltà della pressione per lo studio e per i ritmi energici della vita comunitaria, sono corrisposte molteplici gioie: la nascita di grandi amicizie, vissute nella solidarietà tra chi condivide la stessa vocazione; una collezione entusiasmante di esperienze ecclesiali e sociali di alta qualità umana, nonché la sensazione costante e diffusa che la generosità dell’esperienza seminariale ha di volta in volta superato ogni mia aspettativa.


    Attualmente vive il suo Ministero sacerdotale nell’Archidiocesi di Spoleto-Norcia. In quali parrocchie?

    Sono Viceparroco delle tre parrocchie del centro storico: di Santa Maria nella Cattedrale con sede in San Filippo, di San Gregorio Maggiore e dei Santi Pietro e Paolo. Il Parroco è don Bruno Molinari, con il quale condivido fraternamente l’impegno pastorale. La vita ormai comune di queste tre comunità un tempo distinte aiuta i parrocchiani a vivere la propria fede riscoprendo l’irrinunciabile connotazione relazionale del cristiano: così come il prete, attraverso il Sacramento dell’Ordine, è inserito nella comunione con il Vescovo e con gli altri presbiteri per servire il Popolo di Dio, allo stesso modo i fedeli laici, attraverso il Sacramento del Battesimo, formano una realtà unitaria, ampia e vivace che è la Chiesa. In un mondo sempre più dinamico e senza confini, anche noi rimoduliamo i nostri orizzonti a favore dell’incontro col prossimo e dello scambio con l’altro.

    Essere sacerdote tra la gente oggi è un compito tanto arduo quanto importante, in particolare in questo momento di crisi generale che investe tutti i settori, spirituale, economico, sociale. Quali sono i problemi che affrontate nel quotidiano?

    Essendo il prete portatore del messaggio e dello stile evangelico, da un lato esiste una fisionomia sacerdotale essenziale che non muta al mutare degli accidenti e che travalica i confini del tempo e dello spazio; dall’altro, annunciare che Dio ha assunto la natura umana in Gesù per farci entrare in comunione con lui significa che la fisionomia sacerdotale non è disincarnata rispetto alle vicende del mondo che deve servire. Ogni periodo storico porta con sé progresso e crisi, in una commistione che va equilibrata ed orientata. Il repentino cambiamento d’epoca cui stiamo assistendo favorisce in molti un senso di smarrimento, causato certamente dalla scarsità del lavoro e del guadagno, dalla difficoltà a progettare il futuro, dalla minaccia della salute pubblica e dalla sfiducia verso le istituzioni civili ed ecclesiali; ma primariamente il senso di vuoto dell’uomo contemporaneo è dovuto alla difficoltà di concepire se stesso come corporale e spirituale, cagionevole ma preziosissimo, volto al trascendente. Abbiamo una vita rara che non possiamo mediocrizzare né sprecare. Tutto questo, nel quotidiano, per il prete si traduce nella necessità di farsi lui stesso bacino di accoglienza del dolore che affligge la gente, ascoltando le storie sofferte che gli vengono consegnate nella confidenza del colloquio fraterno e nel Sacramento della Confessione. Al prete spetta il dover coordinare la comunità cristiana che quotidianamente evangelizza, celebra i Sacramenti e si fa carico di chi non ha i mezzi primari per vivere e sostenersi. Proprio del prete è creare legami con e tra le persone, perché tutti possano vivere la chiamata all’esistenza con serenità ed entusiasmo, in una relazione d’amore con Dio e col prossimo che pervade la vita di senso e di grande bellezza. Senza mire megalomani, direi semplicemente che proprio del prete è tentare di ripetere nel tempo le parole e i gesti di Gesù, “il quale passò beneficando e risanando” per le vie del mondo (Cf. Atti 10,38).

    Sappiamo che lei è il responsabile del Servizio diocesano per la Pastorale Giovanile e Vocazionale della Diocesi. In cosa consiste questo ruolo?

    Il responsabile del Servizio diocesano per la Pastorale Giovanile e Vocazionale ha il compito di coadiuvare il Vescovo a sviluppare cammini di crescita umana e spirituale da proporre alle giovani generazioni negli anni della loro formazione cristiana, creando spazi di incontro. Il lavoro quotidiano mira a promuovere uno scambio di idee e di progetti pastorali tra le varie realtà giovanili che esistono nelle 71 parrocchie della nostra Archidiocesi, unendole in una rete di attività sinodali per uno scambio reciproco e fruttuoso. Modulare catechesi e curare la formazione degli animatori degli oratori e dei gruppi estivi sono un esempio in cui tale servizio prende forma.
    Sul solco di questa attenzione ai giovani germoglia poi la Pastorale Vocazionale, che ha lo scopo di ricordare a chi si affaccia alla vita adulta che nessuno nasce per caso e che tutti su questa terra abbiamo una vocazione (una chiamata) alla felicità; a ciascuno spetta di capire come conquistarla. Collabora con me a questo servizio Suor Lorella Nucci (delle Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria), con la quale a Spoleto dirigiamo il Centro diocesano di Pastorale Giovanile “S. Giovanni Paolo II”, in piazza Garibaldi, che è il quartier generale della Pastorale Giovanile e Vocazionale dell’Archidiocesi. Uno spazio nella piazza del passeggio cittadino che ci consente di incontrare molti giovani, di pregare con loro, di accompagnarli nei momenti delle scelte, ascoltandoli, incoraggiandoli, spronandoli e creando ponti. I ragazzi imparano così a perseguire non ciò che è seducente, ma ciò che fa bene alla vita, la struttura e la impreziosisce, allontanando il rischio di fare dell’estetica un principio morale di ragion pratica. I giovani di oggi diventeranno adulti e forse sperimenteranno la migrazione per studio e lavoro, che è tornata ad essere un tratto caratterizzante la vita di molti, in particolare dei Millenials. La Pastorale Giovanile e Vocazionale ha in definitiva questo ruolo: stare accanto ai ragazzi non per trattenerli, ma per fecondarne la libertà finché non devono lasciare il nido.

    Obiettivi per il futuro?
    Il futuro ci vede ancora impegnati sul fronte pastorale, con la gravità della pandemia che impedisce lo svolgimento consueto delle attività e che ci obbliga a ripensare le modalità di prossimità e di accoglienza sul lungo periodo. In un momento in cui si naviga a vista, è salutare interpretare la difficoltà attuale come occasione per ridefinire l’intenzionalità che muove i progetti pastorali, con dinamiche nuove e inesplorate, per abbandonare il superfluo e per concentrarsi su ciò che è essenziale e caratterizzante. Corollario della crisi pandemica e finanziaria nel breve periodo potrebbe essere una certa regressione dei rapporti umani e un imbarbarimento del vivere civile, soprattutto tra i giovani, causato dalla disabitudine all’incontro e dalla precarietà economica (le recenti maxi risse tra giovanissimi a Villa Borghese ne sono un segnale). Per la salvaguardia della sanità interiore urge la cooperazione tra agenzie educative, per preservare l’umanità e il bene di tutti. Al livello diocesano, gli oratorii disseminati sul nostro territorio stanno già ridefinendo spazi (reali e virtuali) e progetti per adeguarsi alle necessarie indicazioni via via suggerite dalle autorità, conservando l’efficacia educativa, ecclesiale e sociale loro propria.

    Un augurio per questo 2021 per i nostri lettori e la nostra Spoleto.

    Vorrei partire da un testo biblico: il salmo 137 è un canto di lamento, prodotto dal popolo di Israele deportato in esilio a Babilonia dopo l’invasione di Nabucodonosor e la distruzione di Gerusalemme nel 586 a.C.; siamo di fronte a un canto nazionale di dolore, segnato da un’asciutta nostalgia per ciò che si è perso. Recita il salmo: “lungo i fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo; ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre”. Questo tema fu ripreso da Temistocle Solera e musicato da Giuseppe Verdi nella terza parte del Nabucco, quando gli esiliati cantando il “Va’, pensiero” proclamano: “Arpa d’or dei fatidici vati, perché muta dal salice pendi?”. Quando non c’è niente da ridere, la tentazione è quella di appendere la cetra al salice e smettere di cantare. L’arrivo del virus sembra aver alterato la nostra esistenza e l’esperienza del lockdown ci ha dato un assaggio di cosa significhi essere esiliati, lontani dall’ordinario, anche se ciascuno nella propria casa. L’augurio che rivolgo ai lettori è di essere ancora capaci di musica, per affrontare con fortezza e coraggio il cammino che abbiamo da percorrere in questo 2021, con le sue bellezze e le sue fatiche. Abbiamo già sperimentato, nella scorsa Primavera (anche mediante il progetto della Caritas diocesana “Su questa barca ci siamo tutti”), come nel momento della prova la città si è dimostrata all’altezza della situazione, mossa da una sana compassione solidale e manifestando in mille modi il sapersi mettere nei panni dell’altro. Che questo nuovo anno porti sostegno alle giovani famiglie, che favorisca rapporti sereni e un incremento demografico capace di rilanciare la nostra città. Tutti portiamo in noi una scintilla di desiderio del trascendente, del più grande e di una redenzione vera e definitiva; faccio mio l’ultimo verso del “Va’, pensiero”, che augura alle menti e ai cuori l’ispirazione di una musica capace di far reagire alle contrarietà: “O t’ispiri il Signore un concento, Che ne infonda al patire virtù!”.

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    Andrea 2021-01-06 11:10:41
    Vengo anch'io!!!!!!
    Antoaneta Dzoni 2021-01-05 19:05:23
    Vorrei partecipare
    Luca filipponi 2021-01-05 15:17:41
    Vorrei ringraziare per il suo impegno e sensibilità verso l'arte e la cultura la redazione di duemondinews buon 2021!
    Cesaretti Sergio 2020-12-07 23:28:30
    La maggior parte di quei personaggi; l'ho tutti conosciuti....sono del 1941, natio di Spoleto, in via San Giovanni e Paolo,.....
    Giorgio 2020-12-03 14:59:14
    Una considerazione che vorrei fare: ho letto che l'intervento complessivo praticamente ammonterebbe ad un milione e trecento mila € ok?.....