Sono partito da Spoleto con un’idea fissa in testa, una di quelle che non ti lasciano dormire. Settecento anni fa, qualcuno ha portato qualcosa fin qui. Qualcosa che il Re di Francia avrebbe voluto per sé, qualcosa per cui un Ordine intero è stato torturato, processato, bruciato. Quel qualcosa, forse, è ancora qui. Sotto i nostri piedi.
È il 1318. L’Ordine del Tempio non esiste più da sei anni, soppresso da una bolla papale strappata sotto la pressione di Filippo il Bello, ma gli uomini non si dissolvono come gli editti. Tremila Templari, tremila, avete letto bene, scendono verso Roma dal nord Italia e si fermano in Umbria, nello spoletino. Si riuniscono in segreto. E con loro, probabilmente, viaggia ciò che sono riusciti a sottrarre alle grinfie del re: parte delle ricchezze dei “Poveri Compagni d’armi di Cristo e del Tempio di Salomone”.
Dove si sono fermati?
I candidati non mancano. C’è Castel del Monte, sentinella della Vallocchia sull’antica via spoletana. C’è il castello di Sensati, di cui ho già scritto nel capitolo precedente di questa indagine, secondo baluardo sulla rotta verso la Valnerina. E poi c’è lui: il castello di San Mamiliano.
Un borgo che il tempo ha quasi dimenticato
San Mamiliano nasce nel IX secolo, eretto per proteggere la valle dalle incursioni saracene. Il nome stesso racconta una devozione antica, quella per un santo venerato agli albori della cristianità. Ma è quando si entra nella piazza del borgo che la storia comincia a sussurrare: al centro, sul pozzo, una colonnina datata 1005 porta scolpita in rilievo una testa di saraceno mozzata, accanto allo stemma originario di Ferentillo. Un monito? Un trofeo? O un sigillo, posto lì per ricordare che quel luogo andava difeso a ogni costo?
Insieme a Umbriano, il paese fantasma di cui vi ho già parlato, e a Ferentillo stesso, San Mamiliano faceva parte della linea defensiva dell’Abbazia di San Pietro in Valle. Una fortezza, certo, ma anche qualcosa di più: un nascondiglio.
Camminando tra le vie silenziose del borgo, perfettamente restaurato, la sensazione è quella di un tuffo nel tempo. Nella parte alta si trova la chiesa di San Biagio, il cui campanile, particolare che non può non insospettire chi cerca tracce templari, nasce da una preesistente torre difensiva. Quante chiese, in questa terra, sono state costruite sopra una torre, sopra un nascondiglio, sopra un segreto?
Il convento che custodiva l’acqua e, forse, molto altro.
A poca distanza dal paese, immerso in una vegetazione che lo ha quasi inghiottito, sopravvive il rudere del complesso di San Giovanni. Nato come eremo attorno all’anno Mille, divenne presto un convento di una certa importanza, lo testimonia anche le dimensioni del suo pozzo, sproporzionate per una piccola comunità monastica.
C’è un dettaglio che pochi conoscono: secondo le ricostruzioni più recenti, legate agli studi di Pietro Diletti, questo convento sarebbe stato di proprietà cistercense, e proprio qui si sarebbero accampati i Templari in fuga dopo il 1307. Cistercensi e Templari: un legame antico, quello tra Bernardo di Chiaravalle e l’Ordine del Tempio, che a Ferentillo torna a far capolino come se la storia si ripetesse in loop, di valle in valle, di convento in convento.
La leggenda del calice d’oro.
Qui arriviamo al cuore pulsante delle voci che si raccontano ancora, di generazione in generazione, tra le case di San Mamiliano. Si narra di un calice d’oro, conservato nella chiesa di San Biagio. Si narra di reliquie preziose, tra cui un frammento della Croce. Si narra di ricchezze custodite gelosamente, in segreto, per secoli, dagli “ultimi custodi del tesoro templare”.
Non è un’espressione che ho coniato io. È il titolo del libro con cui l’ingegnere e scrittore spoletino Giovanni Tomassini ha acceso, anni fa, i riflettori su questo angolo di Valnerina.
Giovanni Tomassini è nato a Spoleto, si è formato come ingegnere elettronico, ha lavorato per anni nelle telecomunicazioni in giro per l’Italia e per il mondo. Ma da sempre ha coltivato un’altra vita, quella dello storico e detective, dell’uomo che osserva le pietre e vi legge ciò che i libri di storia hanno spesso ignorato.
Nella chiesa di Santa Maria ha individuato una fitta trama di simboli templari e massonici, in un affresco datato 1540 commissionato dalla famiglia Cybo, sì, proprio quei Cybo da cui discese Giovanni Battista Cybo, divenuto Papa Innocenzo VIII, il pontefice che finanziò il viaggio di Cristoforo Colombo. In quell’affresco sono raffigurati simbolicamente i sette attributi cari ai Templari: forza, bellezza, sapienza, potenza, onore, gloria, divinità.
Non è un dettaglio da poco che proprio i Cybo abbiano rinunciato, con un atto formale, alle rendite che ricavavano dalla Basilica di San Giovanni in Laterano, per mettere le mani su San Mamiliano. Cosa cercava una famiglia già potentissima e già vicina al soglio pontificio in un minuscolo borgo della Valnerina? Si stavano forse assicurando la custodia di qualcosa che andava ben oltre il valore di una rendita ecclesiastica?
Un filo che arriva da lontano, lontanissimo
Qui la pista di Tomassini si allarga, fino a diventare quasi vertiginosa. Nel suo saggio, Gli ultimi custodi del tesoro templare, l’autore intreccia la storia di San Mamiliano con quella di Rennes-le-Château, in Francia, il villaggio che da oltre un secolo alimenta una delle leggende più controverse legate ai Templari e ai Cavalieri di Sion. Cita passi della Divina Commedia.Tutti indizi che, secondo lui, formano un disegno coerente.
È una teoria affascinante, certo, e va trattata come tale: un’ipotesi suggestiva, costruita su indizi simbolici e coincidenze storiche, non una verità processuale. Ma è proprio questo il bello della ricerca templare in Umbria: ogni pietra sembra custodire un frammento di un mosaico più grande, e nessuno, ancora, è riuscito a comporlo del tutto.
Cosa resta da scoprire
San Mamiliano, oggi, rischia lo spopolamento. Le case si svuotano, i vicoli restano silenziosi per gran parte dell’anno. Eppure è proprio in questo silenzio che si percepisce, più che altrove, il peso di ciò che potrebbe essere accaduto qui: una riunione segreta, un tesoro nascosto, un segreto trasmesso di mano in mano fino a perdersi nella nebbia dei secoli.
Ho ripercorso le orme di quei tremila cavalieri in fuga, ho toccato la pietra del pozzo con la testa del saraceno scolpita ottocento anni fa, ho guardato il campanile nato da una torre di guardia. E mi sono chiesto, come probabilmente vi state chiedendo voi ora: se il tesoro dei Templari è davvero arrivato fin qui, perché nessuno l’ha mai trovato?
O forse, e questa è l’ipotesi più inquietante di tutte, qualcuno lo ha trovato. E ha scelto, per ottocento anni, di tacere.
Forse il vero tesoro dei Templari non è mai stato l’oro. È il silenzio che lo custodisce ancora, da settecento anni, meglio di qualsiasi cassaforte.

































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