“Il mio piccolo paese, Capitale del teatro”

  • Letto 649
  • BANNER-DUE-MONDI-NEWS-SPOLETORiceviamo e pubblichiamo integralmente una lettera di un nostro concittadino, segnalata alla redazione dal Senatore Stefano Lucidi:

    Ho iniziato a lavorare al festival dei due mondi quando ancora ero alle superiori: come molti miei coetanei cercavo un lavoro estivo per pagarmi le vacanze. A quei tempi l’estate a Spoleto era ricca di possibilità per un adolescente, soprattutto nel periodo del Festival, si poteva lavorare come cameriere, come lavapiatti o come portiere negli alberghi della città: Spoleto era ricca di fermento e sembrava che ovunque ci fosse tanto da fare. Quell’ anno passai anche negli uffici del festival che erano in piazza Duomo. Non conoscevo nessuno e mi presentai senza appuntamento. Chiesi al primo che incontrai, aspettai un po’, parlai con un’altra persona e alla fine lasciai il mio numero. Dopo pochi giorni ricevetti una telefonata:
    “Ci servono attrezzisti”
    “Per me va bene, ma non so cosa si deve fare”.
    “Hai voglia di lavorare?”
    “Sì”
    “Allora sai già tutto”
    Ed è così che è cominciata.
    Non sapevo niente dei mestieri del teatro, ma mi andava bene tutto, in fondo, sarebbe stato solo per un mese.
    Ma che quello non era un lavoro come gli altri, lo capii appena misi piede al Caio Melisso. Un mondo meraviglioso mi si aprì davanti appena salii le due rampe di scale che dalla porticina dell’ingresso degli artisti portano al palcoscenico. Personaggi pittoreschi erano indaffaratissimi in attività di cui io a malapena capivo il senso. Mi gettai a capofitto e fui coinvolto all’ istante. Aiutavo tutti in ogni cosa, prestando la massima attenzione e cercando di seguire senza domandare troppo. Capii che in teatro si deve osservare molto e chiedere poco. “Ruba con gli occhi”, mi dicevano. Si lavorava tanto, stavo in teatro dalla mattina alla notte, ma ero giovane e non mi pesava. Quando avevo una pausa non tornavo nemmeno a casa e spesso anche il giorno di riposo trovavo una ragione per passare in teatro. In quel circo di personaggi originali, io trovai una seconda famiglia: finito il lavoro si stava ancora insieme, si andava a cena, e poi si faceva il giro dei bar fino a notte fonda, continuando a commentare il lavoro e gli avvenimenti curiosi della giornata. Ridevamo fino alle lacrime. Tutti avevano aneddoti incredibili di avventure capiate nei teatri di ogni parte d’ Italia.
    Spesso mi mandavano in scenografia. Quel capannone a San Nicolò mi sembrava enorme. Era stracolmo di cose meravigliose ed interessantissime, era un vero e proprio museo del Festival. C’erano le scenografie delle opere passate, un magazzino di proiettori e di materiale elettrico che veniva revisionato dagli elettricisti, le locandine delle edizioni precedenti, il materiale degli scenografi : c’era il tesoro del festival, la sua memoria e il suo cuore.
    Era il Festival del maestro Giancarlo Menotti. Quando arrivava lui, il teatro normalmente caotico e rumoroso, diventava immediatamente silenzioso. La sua presenza catalizzava tutte le attenzioni, non si martellava più, non si correva più. Era già anziano e sembrava piuttosto fragile, ma trasmetteva un’energia incredibile. Mi sembra di vederlo ancora adesso di fronte a me, di sentire di nuovo la sua voce. Io ero l’ultimo in quel teatro, il più giovane e il meno importante di tutti, ma mi ricordo che non mi è mai passato davanti senza salutare e rivolgermi almeno qualche parola. Mi faceva sentire orgoglioso di quello che facevo, mi faceva sentire parte di qualcosa di importante.
    Spoleto era tutta avvolta dalla musica: ricordo bene che salendo in centro dalle finestre delle case si potevano ascoltare le note dei musicisti o la voce dei cantanti che provavano.
    La sera, dopo gli spettacoli, la casa di Menotti si apriva ai festeggiamenti. Tutte le compagnie che erano in scena al festival si incontravano a cena, mentre noi tecnici invadevamo il giardino più tardi. Mai una volta siamo stati respinti, anzi restavamo spesso più a lungo dei padroni di casa. In un miscuglio di lingue differenti, chiacchieravamo tranquillamente con registi, attori, altri tecnici al seguito delle compagnie. Il festival era di tutti, e noi tecnici ne eravamo parte con orgoglio.
    Fu un’esperienza bellissima dall’ inizio alla fine, con i soldi guadagnati mi pagai le vacanze e andai avanti ancora qualche mese.
    Pensai a quell’edizione del festival fino a dicembre, da gennaio comincia a pensare a quella che doveva venire.
    L’anno successivo non avevo dubbi: in base all’ esperienza dell’anno precedente chiesi di essere adibito ad una mansione più specifica e cominciai a pensare che era quello il lavoro che volevo fare per sempre: quale motivo c’era continuare a sbadigliare sui libri quando la vita vera era sul palcoscenico di un teatro? C’ erano tourneé da fare, si poteva girare tutta l’Italia e si veniva pagati per viaggiare. All’ epoca mi sembrava che non ci potesse essere mestiere migliore. Chiesi a tutti i miei colleghi e alla fine trovai una scrittura come aiuto in uno spettacolo che sarebbe partito in tourneé per tre mesi e che mi portò in città dove non ero mai stato prima.

    Poi il tempo è passato velocissimo, ho continuato a viaggiare, ho cambiato città, ma al Festival sono tornato per molti anni ancora. Ero molto orgoglioso quando, lavorando in giro, mi presentavo come spoletino e mi veniva chiesto del Festival. Qualcuno c’era stato anni prima, qualcun altro aveva incontrato i tecnici spoletini e riconosceva la loro grande professionalità, tanti mi chiedevano come potessero venire a lavorare. Il mio piccolo paese in teatro sembrava una capitale.
    Ma con il passare degli anni alterne fortune si sono abbattute sulla nostra manifestazione. Ci sono state le edizioni difficili di Francis, quando il Maestro era ormai troppo stanco, con i teatri mezzo vuoti e la gestione scellerata delle finanze. Alla fine si rischiò seriamente che il concerto di chiusura non andasse in scena finché non apparve un assegno all’ultimo momento per pagare l’orchestra. Quell’anno noi tecnici non fummo pagati per mesi. Ricordo la tristezza delle sedie abbandonate in piazza Duomo per giorni per tentare una debole forma di protesta, una sorta di sciopero che non diede alcun frutto.
    Quell’anno segnò una svolta, molti di noi non tornarono più. Il Festival cambiò completamente, come sappiamo.
    Io da un po’ non ci sono più, vivo fuori, vado ospite nei Festival di altre città, ma sono sempre in contatto con chi è restato. Ho saputo che tanti colleghi lamentano il fatto di lavorare molti meno giorni: ai miei tempi si iniziava almeno ai primi di maggio fino a quasi tutto luglio, quindi quasi tre mesi, adesso difficilmente si è occupati più di un mese. Il Teatro Nuovo è rimasto sostanzialmente quello di trent’anni fa: un teatro antico, scomodo, piuttosto sporco, dove si lavora con troppa fatica e poca organizzazione. Non è stato investito niente in infrastrutture o in ammodernamento per rendere il luogo di lavoro più agevole o più sicuro. Eppure si dovrebbe riuscire a pensare ad un progetto di ristrutturazione che guardi avanti negli anni, anche per dotare quello spazio di strutture che non debbano essere per forza noleggiate tutti gli anni. Spoleto non è più un punto di riferimento per le professioni del teatro, anzi i tecnici che arrivano come ospiti lamentano disorganizzazione, ritardi, uso di materiali di scarsa qualità, assenza di responsabili nel momento di risolvere i problemi. La scuola sul campo per i giovani volenterosi che vogliono imparare un mestiere non c’è più. L’opportunità che ho avuto io adesso si è persa e questo è un grande dispiacere.
    Di produzioni originali non se ne fanno più, escludendo naturalmente la regia del direttore Ferrara. Ma le scene sono comprate fuori, vengono trasportate a Spoleto, la nostra scenografia rimane chiusa e ai nostri tecnici rimane solo il compito di sistemarle in loco se qualcosa non funziona a dovere. Gli altri spettacoli sono “di giro”, si possono vedere a Spoleto o in tanti altri posti subito dopo.
    Ci sono anche cose molto belle, ma Spoleto ha perso la propria centralità e la propria unicità nel campo del teatro. Perché venire proprio qui, se la stessa cosa si può vedere in tanti altri posti?
    Il punto che vorrei sottolineare è questo: il festival non è più una risorsa economica per tanti lavoratori spoletini che hanno fatto sempre tantissimo per questa manifestazione e che adesso si vedono dimezzati i loro contratti di lavoro. Ma non è più (ed è più grave) neanche la manifestazione che ha fatto conoscere Spoleto in tutto il mondo, nella quale sono passati i più grandi artisti e che era un luogo di creazione, incontro e sperimentazione unico ed estrememante moderno. Ormai è una rassegna come un’altra, più simile ad un’ estate spoletina che al Festival delle origini.
    Spoleto non si rende conto che sta sprecando una risorsa unica e non mi sembra proprio che se lo possa permettere. Non solo per rispetto al maestro Menotti che le fece questo regalo incredibile, ma realmente perché non ha molte altre alternative. Io non penso che basti essere la città di Don Matteo. Sarebbe l’ennesima beffa, ma la più grave di tutte. 

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    Roberta Privitera 2018-12-07 21:25:18
    In un pianeta al collasso a causa delle politiche energetiche sbagliate, se non folli, bisogna far sentire forte la voce.....
    Giuliano 2018-12-06 20:05:03
    Comune sindaco.. Consiglieri... Amministratori.. Dovete solo dire grazie a chi mette soldi. Tempo. Passione. Energia per lo spoleto calcio.. Venite.....
    Antonio Sbicca 2018-12-06 19:41:40
    Io mi domando con che criterio parlate voi del Comune i diretti interessati non vi vedete mai allo Stadio nessuno.....
    Fabrizio Cassoni 2018-11-17 06:43:23
    Ancora una volta la nostra SPOLETO è rimasta esclusa e snobbata dalla provincia e dalla regione. A mio avviso occorre.....
    Simo 2018-09-13 13:58:27
    Ma PRENDEREMO il 35% dello stipendio